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Che cos' è il counseling?


La “European Association for Counseling” (EAC) definisce il come counseling come “…un processo interattivo tra uno (o più) counselor e uno (o più) clienti – individui, famiglie, gruppi o istituzioni – che affronta in una modalità olistica temi sociali, culturali, economici e/o emozionali. Il counseling può occuparsi di affrontare e risolvere problemi specifici, favorire un processo decisionale, aiutare a superare una crisi, migliorare i rapporti con gli altri, promuovere e accrescere la conoscenza e la consapevolezza di sé e permettere di elaborare emozioni, pensieri, percezioni. L’obiettivo globale è quello di offrire ai clienti l’opportunità di lavorare, con modalità da loro stessi definite, per condurre una vita più soddisfacente e ricca di risorse sia come individui che come membri della società”.


Il counseling si configura, fin dalle sue origini, come un’attività distinta rispetto alla psicoterapia, orientata all’azione sociale piuttosto che alla cura della patologia individuale. Le comunità professionali del counseling e della psicoterapia, operano pertanto, già storicamente, in ambiti e contesti differenti pur essendovi tra loro una costante interazione e influenza.

La nostra struttura del sé emerge dalle complesse interazioni umane, in particolare nei primi anni di vita e di socializzazione, ma continua per tutta la nostra vita. Le relazioni ci contraddistinguono e quindi se i problemi umani sono problemi di relazione, appare quasi ovvio che la relazione terapeutica sia il cruciale elemento del cambiamento psicoterapico.


Già nel 1939 il primo libro di Carl Rogers , “The Clinical Treatment of the Problem Child”, conteneva le premesse del pensiero che si sarebbe sviluppato negli anni successivi, in particolare per quanto riguardava il ruolo del terapeuta. La convinzione era che, per tutti i tipi di terapia, ciò che garantiva il successo fosse l’atteggiamento del terapeuta.

John Norcross, presidente della Task Force 29 (Relazioni Terapeutiche Empiricamente Supportate) dell’American Psychological Association, dichiara che: “[…] abbiamo concordato che le caratteristiche tradizionali della relazione terapeutica, ad esempio l’alleanza nella terapia individuale e la coesione nella terapia di gruppo, e le condizioni facilitanti rogersiane, empatia, considerazione positiva e genuinità, avrebbero costituito gli elementi centrali”; e che “la relazione terapeutica determina in maniera consistente e sostanziale il risultato terapeutico indipendentemente dal tipo di trattamento utilizzato”.

Secondo Michael Lambert: “[…] in terapia i fattori comuni come l’empatia, il calore e la relazione terapeutica sono risultati più fortemente correlati con gli esiti rispetto agli interventi specializzati di trattamento […] Decenni di ricerca indicano che la psicoterapia è un processo interpersonale nel quale una componente curativa essenziale è la natura della relazione terapeutica.”


Ormai anche la scienza medica è avviata ad assumere come paradigma di riferimento il modello bio-psico-sociale, ove i determinanti della salute – relazioni complesse di una molteplicità di fattori biologici, psicologici e sociali – orientano le azioni di empowerment e secondo la quale, assume valenza dominante l’assunto che gli individui sono capaci di tutelare e promuovere la loro salute e il loro benessere. In tal senso, Carl Rogers nel proporre un punto di vista innovativo fondato su un paradigma olistico-sistemico alternativo alla tradizionale prospettiva meccanicistico-riduzionista, sembra anticipare concetti che si ritrovano nel manifesto in cui fin dal 1986 l’Organizzazione Mondiale della Sanità delineava le strategie relative alla salute: “Per conseguire uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, l’individuo o il gruppo deve poter individuare e realizzare le proprie aspirazioni, soddisfare i propri bisogni e modificare l’ambiente o adattarvisi. La salute è, pertanto, vista come una risorsa per la vita quotidiana, non come obiettivo di vita. La salute è dunque un concetto positivo che insiste sulle risorse sociali e personali oltre che sulle capacità fisiche. Di conseguenza, la promozione della salute non è responsabilità esclusiva del settore sanitario, ma supera anche la mera proposta di modelli di vita più sani per aspirare al benessere.”

Si tratta di un vero e proprio cambiamento di accezione del termine ‘salute’, che dal concetto di mera assenza di malattie tende a diventare sinonimo di sviluppo del potenziale, meta da raggiungere non più con delle cure ma per mezzo di azioni di empowerment o, più empowerment o, più frequentemente in Rogers, sviluppo del potere personale.

L’obiettivo del counselor è quello di favorire lo sviluppo della persona creando le condizioni affinché da sé possa modificare in modo costruttivo quei comportamenti non autentici, creando un clima “facilitante” nella relazione terapeutica. Egli, infatti, non dirige la terapia, non modella la persona secondo una tecnica, non si sostituisce al cliente nella risoluzione del nodo, bensì promuove la crescita dell’individuo poiché solo lui, dall’interno della propria esperienza, può sapere dove risiede l’incongruenza.

Saper ascoltare in modo attivo. Come dimostrare capacità di porre attenzione alla comunicazione del proprio interlocutore.


L’ascolto attivo si basa sull’empatia e sull’accettazione. Esso si fonda sulla creazione di un rapporto positivo, caratterizzato da un clima in cui una persona possa sentirsi empaticamente compresa e, comunque, non giudicata.

Quando si pratica l’ascolto attivo, invece di porsi con atteggiamenti che tradizionalmente vengono considerati da buon osservatore, ossia, come persone impassibili, neutrali, sicure di sé, incuranti delle proprie emozioni e tese a nascondere e ignorare le proprie reazioni a quanto si ascolta, è più opportuno rendersi disponibili a comprendere realmente ciò che l’altro sta dicendo, mettendo anche in luce possibili difficoltà di comprensione. In questo modo è possibile stabilire rapporti di riconoscimento, rispetto e apprendimento reciproco.

Per diventare attivo, l’ascolto deve essere aperto e disponibile non solo verso l’altro e quello che dice, ma anche verso se stessi, per ascoltare le proprie reazioni, per essere consapevoli dei limiti del proprio punto di vista e per accettare il non sapere e la difficoltà di non capire.

I principali elementi che caratterizzano una buona attività di ascolto sono:

  • Sospendere i giudizi di valore e l’urgenza classificatoria, cercando di non definire a priori il proprio interlocutore o quanto egli dice, in categorie di senso note e codificate.

  • Osservare ed ascoltare, raccogliendo tutte le informazioni necessarie sulla situazione contingente, ricordando che il silenzio aiuta a capire e che il vero ascolto è sempre nuovo, non è mai definito in anticipo in quanto rinuncia ad un sapere già acquisito.

  • Mettersi nei panni dell’altro, dimostrare empatia, cercando di assumere il punto di vista del proprio interlocutore e condividendo, per quello che è umanamente possibile, le sensazioni che manifesta.

  • Verificare la comprensione, sia a livello dei contenuti che della relazione, riservandosi, dunque, la possibilità di fare domande aperte per agevolare l’esposizione altrui e migliorare la propria comprensione.

  • Fare attenzione al contesto fisico-spaziale dell’ambiente in cui si svolge la comunicazione per agevolare l’interlocutore e farlo sentire il più possibile a proprio agio.

Ciò che è importante sottolineare, è che da questa modalità di ascolto è escluso non solo il

giudizio, ma anche il consiglio e la tensione del “dover darsi da fare” per risolvere eventuali

problemi espressi dal proprio interlocutore, oltre ad evitare tutte le barriere della comunicazione.


Professione counselor, ovvero ascoltare l’altro e donargli gli strumenti necessari per una navigazione sicura della propria vita, consapevoli delle proprie capacità positive


Vito Ostuni, Esperto d’arte teatrale, con esperienza attoriale, registica e di formazione. Professional Counselor vi aspetta il 23 settembre con il seminario

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